Insofferenza italiana

Quella sensazione di sentirmi un po' spaesata mi fa compagnia ogni volta che rientro in Italia.

Questa volta ero sola, senza bimbi, ed ho passato due giorni di fuoco, senza pensieri, senza responsabilita' con delle amiche speciali, che hanno fatto di tutto per farmi passare la nostalgia dei miei marmocchi e farmi staccare la spina. 
Il concerto di Jovanotti allo stadio Olimpico di Roma era l'obiettivo. Appena la mia compagna d'avventura Paola, fantastica fotografa, mi passera' le sue foto, faro' un bel foto-racconto di quella serata magica che Jovanotti con la sua band ci ha fatto vivere. 

Questa volta pero' non mi sono sentita solo "spaesata" ma ho vissuto una specie di "culture shock", definita come quella sensazione di confusione e incertezza che si vive quando si entra in contatto con una cultura diversa dalla tua. Il mio era un "culture shock" al contrario visto che in teoria in Italia dovrei trovare la mia di cultura!

Dopo piu' di 10 anni all'estero ho perso l'abitudine a certi atteggiamenti, che a dire il vero mi davano noia pure allora, ma che ora proprio non riesco piu' a concepire, che mi lasciano attonita, incredula.
Non viaggio con tablet o portatili, ho solo il mio smartphone disconnesso ed il mio diario con penna nella borsa. 
E' sul mio diario che ho scritto lunedi', mentre ero in volo verso Londra ed e' qui che voglio condividerlo con voi. 


"Sto scrivendo, mi trema la mano, mi fanno male le gambe, mi scoppia la testa e lo stomaco e' in tensione. 
Sono sul volo Düsseldorf - Londra.
Doveva essere il volo Roma Fiumicino - Londra ma la compagnia mi ha comunicato stamattina che il mio volo del pomeriggio era cancellato, causa problemi al Terminal 3, lo stesso terminal colpito da un incendio due mesi fa e ancora nel marasma piu' totale ed invaso da quella puzza insopportabile che ti entra nei polmoni. 
Il panico mi ha assalito quando alle 10.33 ho ricevuto il messaggio "sorry, your flight has been cancelled".

Devo tornare dai miei bambini, BabboGe' deve tornare al lavoro, non ci sono piu' magliette della divisa pulite, devo fare la spesa, devo sistemare casa, devo andare alla riunione a scuola, devo riabbracciare tutti se no sclero, perche' mi sono mancati come l'aria ed ho bisogno di tornare da loro.... tutto cio' mi e' passato per la mente in un nanosecondo!
A questo si aggiunge l'incazzatura perche' doveva essere la mia mattina con Ale, io e lei a pranzo insieme, a farci le ultime chiacchiere e confidenze prima di salutarci per rivederci chissa' tra quanti mesi. 
Meno male in quel momento ero a casa sua, il pc acceso, il sito della compagnia non mi propone voli in giornata perche' tutti pieni. 
Chiamo il call center. 
Mi propongono un volo per la Germania e poi coincidenza con Londra, con un'ora e mezza di tempo tra l'arrivo del volo e la partenza di quello per Londra. Ce la posso fare!

Volo alle 14.30, poco tempo per arrivare in aeroporto, sperando che il traffico romano sia clemente e che ci sia poca fila al check-in.
Ale controlla il traffico e mette il turbo in macchina.

Arrivo al Terminal 3 e corro al check-in della mia compagnia. Con lo sguardo preoccupato faccio vedere ad un'hostess di terra dal viso incazzoso i fogli con i miei nuovi voli, la mail stampata insomma. 
"Ah questo volo non e' operato dalla nostra compagnia!"
"Ok, mi puo' dire dove devo andare per cortesia!"
"Non lo so" con l'espressione scocciata e un modo di fare indisponente.
"Scusi, mi avete cancellato il volo, sono venuta qui di corsa, le chiedo aiuto e lei non mi sa dire niente?"
"Senta mi capisce oppure no, vada al banco informazioni!"
Mi giro, guardo il cartello con la "i"  e vedo una fila disumana, di tutte le persone che come me hanno avuto il loro volo cancellato, che non sanno cosa fare, dove andare, perche' non ci sono informazioni in giro e nessuno sa perche' ci sia tutto quel casino in aeroporto.
"No signora, lei sta scherzando, ho un biglietto con voi e lei non sa aiutarmi?"
Questa sbuffa e fa segno al cliente successivo di avanzare come se io non esistessi. Presa da sconforto, rabbia, incazzatura, sofferenza per il caldo assurdo e pure un po' di panico e infastidita da quell'aria cattiva che mi stavo respirando in quel terminal che paga ancora le conseguenze di un incendio di due mesi  fa, mi giro e me ne esco con una frase dettata dalla rabbia "che paese di merda" e la signora della compagnia da dietro mi urla "che gente di merda".

Non sapevo se piangere o girarmi e spiegarle meglio la situazione o cos'altro!
Quella palese voglia di non lavorare, quell'essere indisponenti che in teoria non dovrebbe caratterizzare chi sta a fare un lavoro al pubblico, quella mancanza di cortesia. Non lo accetto, non mi va giu'.
Mi calmo e ragiono. 
Controllo il codice del volo che mi hanno assegnato. 
Guardo il cartellone del check in e vado dalla AirBerlin. 
Fila infinita, un solo check-in aperto. 
Aspetto in coda. 
Apre il check-in accanto e scatta la tattica che non sopporto, quelli infondo alla fila corrono per essere i primi in quella coda. Nonostante i cenni dell'hostess che voleva che avanzassero quelli che erano in coda per bene. 
Mi viene da piangere, perche' sento che comincio ad essere in ritardo, che al controllo sicurezza ci sono code infinite perche' i voli del T3 sono stati spostati al T2 e tutti fanno il controllo sicurezza li'!

Ma qual'e' quel meccanismo mentale che porta l'italiano medio a passarti davanti, a non rispettare la fila?

Riesco a fare carta d'imbarco, corro al controllo sicurezza, abbraccio veloce Ale e mi metto in fila.

Ho in mano fogli, documenti, mi piego per infilare alcune cose nel trolley, la fila avanza di un metro, io sono un attimo busy, i due italiani dietro di me cercano di scavalcare la mia valigia ed i miei piedi per passarmi davanti. Eh, no, oggi caschi male con me, non lo sopporto. 
Mi alzo di scatto, sposto il trolley, gli arriva nei piedi e con un mio "sorry" molto british avanzo al mio posto, senza dargli la soddisfazione di passarmi davanti, per andare dove poi?
Ma possibile??? 

Riesco a rilassarmi 10 minuti al bar, con un buon caffe' e un sorriso sincero del barista che fa il suo lavoro con passione. 
Mi guardo intorno. 
Tutto il personale del bar ha la mascherina che copre bocca e naso, tutte le hostess ai gate hanno le mascherine. L'aria e' pesante, i visi dei turisti stranieri sono sorpresi, si guardano in giro come per capire il perche' di quelle mascherine. 
Non un cartello esplicativo, non un annuncio. Solo tanta confusione e preoccupazione perche' io quell'aria me la sono respirata per diverse ore e la gola ha cominciato a pizzicarmi. 

Faccio la fila per il caffe', quella fila strana che si forma davanti alla cassa in parallelo al bancone. La fila e' una strana bestia per l'italiano, mi chiedo quale gene ci sia che fa sì che si provi fastidio ad avere la schiena e il culo di qualcuno davanti e si venga spinti dal superarlo, far finta che non esista e far prima di lui. Danno un premio di furbizia alla fine?
Sono troppo nervosa per sopportare tutto cio' ed ho solo voglia di tornarmene a casa dalla mia famiglia. 

Il mio volo Roma - Düsseldorf parte con un'ora di ritardo ed il mio sguardo sull'orologio mi fa salire il mal di testa e l'ansia, perche' non so se in meno di mezz'ora riusciro' a scendere dall'aereo ed arrivare in tempo al gate dell'altro volo, in un aeroporto che non conosco ed in piu' sono seduta in una delle ultime file dell'aereo. 
Quando atterra l'aereo a Düsseldorf sono le 17.30, il mio gate apre alle 17.35. 
Guardo fuori e vedo il bus, siamo lontani dal terminal. Panico. 
Appena posso mi alzo, prendo il mio trolley e con sguardo da cerbiatta dolorante chiedo ai signori in piedi nel corridoio se per favore mi fanno avanzare perche' ho un volo che mi parte. 
Tutto in inglese. 
Tutti capiscono.
Tutti mi fanno passare, alcuni mi dicono pure "good luck" altri mi guardano con lo sguardo dolce di compassione perche' credo si percepisca la mia preoccupazione, inglesi, tedeschi, giapponesi, chiunque. 
Sono quasi davanti, nelle prime file, forse faccio in tempo a salire su quel primo bus. 
Continuo con la mia frase standard, mi sento Mose' che fa aprire le acque, finche'..... finche' un signore non si gira, non sente il mio disperato "sorry, sorry". 
Non si gira. 
Ci provo con l'italiano "scusi e' italiano?". 
Lui "Si". 
Gli spiego in italiano la situazione, quasi con l'occhio lucido perche' vedo il bus che si riempie di gente e che sta per chiudere le porte. 
Lui, con fare scocciato "siamo qui tutti in fila, non vede che c'e' il bus, aspetta come aspettiamo tutti, intanto non le cambia niente".

Ah ecco in questo caso la fila va rispettata!?? Forse non dovevo chiedere niente e passargli sulla testa, magari sarebbe stato il modo giusto.

In questo caso non ho piu' avuto la forza di rispondere, non sono stata sufficientemente cattiva per mandarlo a cacare e non sono stata sufficientemente lucida per trattenere le lacrime. 
Sono salita per ultima su quel bus, ho corso verso il gate e sono arrivata sudata, con le lacrime agli occhi davanti all'imbarco che fortunatamente era in ritardo causa problemi ad Heathrow. 
Ecco, ora che sono su questo volo per Londra ho tutta la tensione e l'incazzatura che mi scende dalla testa ai piedi. 
Ho voglia solo di tornare a casa, di riabbracciare i miei bambini e mio marito. 

Quello che doveva essere un bel viaggio di ritorno, con un libro in mano e tanto relax in volo si e' trasformato in un incubo.

Rifletto su di me, sul mio vivere lontano dal mio paese e sulla fortuna che ho nel poter scegliere liberamente quali aspetti dell'italianita'  mantenere e trasmettere ai miei figli e quali aspetti del paese che mi ospita prendere, adottare e fare nostri."

Sono passati tre giorni da quel viaggio, mi sto ancora riprendendo. 
Sono ritornata alla mia vita di tutti i giorni, aspetto le foto bellissime della mia amica Paola per foto-raccontarvi il mio weekend e focalizzare le mie energie solo sulle cose belle, su quanto le mie amiche italiane mi vogliano bene e su quanto sia bello vivere esperienze con loro.

Per tutto il resto credo che per un po' non faro' vacanze in Italia.