Pensieri sparsi dalla quarantena in Inghilterra

Io, mio marito ed i miei figli non varchiamo la porta di casa dal 16 di marzo. 
Se ripenso a quei giorni all'inizio del nostro isolamento volontario mi sale un po' di ansia. 
Avevo scritto nel blog di come la situazione era stata presa con leggerezza dal governo e delle nostre paure; paure che ci hanno portato ad iniziare la quarantena prima che tutto il paese entrasse in lockdown.
Un lockdown meno rigido di quello italiano.  
Per il Regno Unito è iniziata la settima settimana di lockdown mentre l'Italia entra nella Fase 2 e qui il numero dei morti  Covid-19 ha superato i 28.000 e si avvicina velocemente ai numeri italiani. 
Secondo alcune ricerche sembra che il numero reale dei morti in UK potrebbe essere anche il doppio, se fossero stati contati tutti coloro che hanno perso la vita nelle case di riposo e nelle abitazioni private (Fonte Financial Times). 

Non vi nego che, dopo la fase iniziale di paura e preoccupazione per la mancanza di azioni veloci e decise di contenimento del virus, siamo riusciti a sentirci al sicuro solo una volta passati i primi 14 giorni di isolamento. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo io e mio marito, ci siamo detti "ok, adesso sappiamo che il virus non ce l'abbiamo" e abbiamo vissuto e stiamo vivendo questo isolamento in maniera abbastanza serena. 

Il pensiero che uno di noi possa ammalarsi e nella peggiore delle ipotesi finire da solo in ospedale mi terrorizza e mi terrorizzava all'inizio. La solitudine vissuta dai malati, da coloro che hanno perso la vita e dalle loro famiglie è qualcosa che mi spezza il cuore. 
I casi di alcuni connazionali che hanno perso la vita a Londra non ci hanno di certo lasciati indifferenti (qui il caso di un giovane cuoco e qui di un orafo salernitano). Vivere all'estero lontano da tutte le nostre famiglie ed avere tre figli a cui pensare rende il nostro senso di responsabilità e preoccupazione ancora più grande, soprattutto in una fase come questa in cui noi non possiamo tornare in Italia e nessuno può venire qui.

Andrò controcorrente ma noi in isolamento ci stiamo bene, ci sentiamo al sicuro tra le quattro mura di casa e questa è la cosa più importante.
Siamo abbastanza sereni, i ragazzi hanno reagito in maniera sorprendente e facciamo del nostro meglio per cogliere il meglio di questa situazione in cui ci troviamo catapultati. Non mancano alti e bassi, per tutti, ma ci alziamo il morale a vicenda e teniamo la comunicazione altissima.

Ovviamente ci pesa non poter spostarci, non poter viaggiare, come a tutti del resto, ma non ne facciamo una tragedia, siamo sereni e consapevoli che ci vuole pazienza e che dobbiamo trovare il modo di vedere il bello di questa nostra convivenza ravvicinata e tra queste quattro mura. Non stiamo a lamentarci tutto il giorno, non fremiamo per tornare alla normalità precedente perché sappiamo che non sarà possibile e cerchiamo di far adattare la nostra mente piano piano all'idea di come sarà la nuova normalità.

La spesa fortunatamente ci viene consegnata davanti alla porta (non senza un impegno incredibile da parte mia nel cercare i siti con consegne disponibili, con incastri di date e attenzione costante alle scorte e alla pianificazione dei pasti). 

Il lavoro da remoto di mio marito procede come sempre, lui del resto lavorava già da casa e a parte l'avere più gente intorno, non è cambiato molto dal suo punto di vista.

I ragazzi sono organizzati con il loro remote learning
La piccola di casa, in quarta elementare, ogni mattina trova le sue attività da fare in google classroom, un po' di lettura, scrittura, matematica e in alternanza scienze, geografia, coding, informatica, religione, educazione civica e arte. 
Non ci sono video-chiamate con la maestra ed i compagni di classe ed ammetto che questo un po' mi dispiace, le manca il contatto "reale" con i suoi compagni e la sua maestra.
Questo non c'è nemmeno per Lorenzo e Daniele, che frequentano la scuola media-superiore. 
Loro usano una app che si chiama Classchart nella quale trovano ogni giorno le lezioni dei loro insegnanti, seguendo l'orario scolastico della loro classe. 
Anche qui niente video-lezioni in diretta ma tanti video registrati con slides power point e spiegazioni degli insegnanti.
Il tutto devo dire che è organizzato molto bene e fattibile in autonomia da ragazzi.

Spesso li stimolo e li invito a chiamare i loro amici, magari fare una video-chiamata con loro, ma sembra non interessarli troppo o forse non ne sentono davvero il bisogno? O forse non si trovano a loro agio davanti ad uno schermo a chiacchierare con i loro amici?
Stanno bene così, dicono, non voglio di certo forzarli a fare una cosa che non gli viene naturale. 
Il giovedì sera si incontrano in Zoom con il loro gruppo Scouts per fortuna.

Il fatto d'essere in tre, molto ravvicinati d'età, è sicuramente un vantaggio per loro.
Se devo vedere il positivo di tutta questa situazione c'è indubbiamente il fatto che si sono legati ancora di più, si aiutano a vicenda con i compiti, si inventano giochi in giardino, fanno ginnastica tutti insieme con una app nel telefonino del più grande e litigano come sempre, ovviamente! Fratelli e amici, questo è il bello.

Guardo a questo isolamento con un sospiro di sollievo per il fatto che ancora ci bastiamo, siamo noi 5 e stiamo bene, siamo una bella squadra e stiamo bene. 
Penso ad adolescenti magari più grandi, quelli entrati già nel mondo delle fidanzate, compagnie, uscite varie e mi dispiace per loro e per i loro genitori perché posso immaginare quanto possa essere difficile tenerli chiusi in casa e perdere tutta quella parte della loro quotidianità che magari per loro era ed è il "tutto".
Penso a quelle famiglie in cui manca l'armonia e l'amore, quelle in cui non si riesce ad andare d'accordo e spero che questa situazione non crei drammi famigliari irrecuperabili.

La nostra quarantena procede serenamente quindi, ma non senza preoccupazioni per il futuro e per il dopo

E' come se questo Covid-19 abbia fatto venire a galla tutti i problemi di questa nazione e ce li abbia sbattuti in faccia. 
Sono arrivati forti e violenti sul mio faccione; di alcuni di questi ne ero già in parte a conoscenza, di altri ho dovuto documentarmi di più, leggere, capire, analizzare. 

I decenni di tagli alla sanità pubblica inglese hanno visto NHS (National Health System) in ginocchio dopo pochi giorni dall'arrivo del virus (avevo già parlato della sanità in questo post, se volete approfondire). 
Operatori sanitari hanno perso la vita. In molti ospedali sono mancate le PPE (Personal Protective Equipment) per lo staff e questo ha indubbiamente messo a rischio la vita di chi si trovava in prima linea (questa una testimonianza di un medico in prima linea in un ospedale di Londra). 

La cosa che mi sconvolge e di cui non mi capacito è che nel mese di febbraio nel sito del Governo era spiegato passo passo il piano di azione, chiaro, definito, preciso e ammetto che questo mi faceva sentire tranquilla "cavoli, qui si che sono organizzati, qui sì che sanno cosa fare, sono pronti!", c'era scritto! 
Poi non so cosa sia successo in quelle settimane, in questi mesi, qualcosa è andato storto. Tante belle parole, tanti piani di azione, schemi, grafici, testi per spiegare ai cittadini e poi....e poi infermieri e medici senza protezioni, i test che non venivano fatti come promesso, numeri che non tornavano. 
Poi il grosso problema delle case di riposo.
Il virus sembra aver girato incontrollato in tante case di cura qui nel Regno Unito ed i numeri di morti in quelle strutture non sono state considerate nelle statistiche, hanno iniziato ad essere aggiunti soltanto recentemente.
  
Il Regno Unito si definiva indietro di qualche settimana rispetto ad altri stati europei come l'Italia e cavoli quanto si poteva imparare osservando gli altri stati e ascoltando l'allarme lanciato dallo staff medico di fornire adeguati protezioni PPE.
Per non parlare della difficoltà di fare test e di tracciare i casi e della lentezza con la quale è stato introdotto il lockdown, una decina di giorni, quelli in cui noi avevamo già iniziato a isolarci, che sarebbero stati cruciali per il controllo del diffondersi del virus.

Quando il lockdown è iniziato, il 23 marzo, c'era ancora molta incredulità in una buona parte della popolazione britannica, chi ancora si chiedeva perché dovevamo chiuderci in casa se soltanto i vulnerabili di salute e gli anziani sarebbero morti, chi era scocciato dalla chiusure delle scuole, chi sconvolto per la chiusura forzata dei loro business e via dicendo. 
Non è stato facile, ma è indubbiamente servito, anche se continuo a credere che se si fossero mossi prima e non avessero atteso così tanto forse tante vite si sarebbero potute salvare e non si avrebbero questi numeri così alti, ma questo mio dubbio non avrà mai risposta.

Ho la sensazione che in pochi si lamentino o forse questo mette in evidenza la differenza culturale. 
Qui sono tutti più "pacati" e cauti nel sparare giudizi e, non so se è una sorta di rispetto per le istituzioni e del loro forte pragmatismo, ma tutti attendevano che fosse il governo a dire cosa fare e come proteggersi. 
Noi come famiglia non ci siamo fidati ed ammetto che per la prima volta mi sono sentita "diversa", molto diversa. 

Sono stati chiusi i pub! Un dramma nazionale, un evento epocale!
La chiusura dei pub, dei ristoranti, dei teatri è stato un durissimo colpo per questa società. 
Il pub non è un luogo a caso per gli inglesi.
Più di tre quarti della popolazione adulta britannica va al pub e più di un terzo lo fa in maniera regolare. 
Per molti il pub è come una seconda casa e parlo di persone di tutte le età, di tutte le classi sociali. Il pub la domenica per il Sunday Roast, il pub la sera per le chiacchiere con gli amici o il pub per festeggiare un evento! Se siete stati in Inghilterra e siete entrati in un pub, o di Londra o di qualunque paesino della campagna inglese sicuramente capite di cosa parlo. 
In uno dei libri più utili che ho letto per capire la cultura inglese, c'è un intero capitolo dedicato a questo argomento, se volete approfondire lo potete trovare qui

I teatri, oh i teatri! Non avete idea di quanto l'industria dell'arte, musica, danza sia importante qui. Io per prima ne sono coinvolta alla grande. 
A fine marzo ci sarebbe dovute essere lo show della mia scuola di danza nel teatro della nostra città. 
Tre serate intense con più di 110 ballerine e ballerini non professionisti coinvolti, dai 20 ai 70 anni d'età, una cosa pazzesca, meravigliosa, che tutti aspettavamo con ansia e che si svolge ogni due anni. 
Io sono stata una delle prime che, nonostante non vedessi l'ora di salire sul palco e vivere quell'esperienza incredibile, mi sono tirata indietro, consapevole che uno show fatto a fine marzo sarebbe stato troppo rischioso per la trasmissione del virus. Solo poche altre hanno fatto come me, finché tutto è stato fermato dal governo stesso e dall'arrivo del lockdown.


Qui, come in tutto il mondo, c'è chi il lockdown l'ha accettato, lo rispetta e lo vive in maniera relativamente serena. Poi ci sono quelli che lo vivono dovendo combattere con l'ansia, con attacchi di panico e con la depressione ma fanno del loro meglio per rispettare le regole e poi ci sono quelli che lo rifiutano, credendo che sia tutto un polverone gonfiato dal governo e dai media.

Noi personalmente ci sentiamo di far parte della prima categoria, con la consapevolezza e gratitudine d'essere fortunati. 
Fortunati perché il lavoro di mio marito non è stato impattato da questa crisi economica terribile, fortunati perché ci vogliamo bene, fortunati perché stiamo bene e per ora le nostre famiglie in Italia stanno bene, fortunati perché il cibo non ci manca, fortunati perché abbiamo una cultura che ci permette di seguire i nostri figli con l'apprendimento a distanza, fortunati perché non sono costretta a lavorare e posso dedicarmi a loro, fortunati perché i nostri figli sono amati. 

Nelle news inglesi rimbomba in maniera esponenziale il problema grosso di questa società: vulnerable children, i bambini vulnerabili.
Tutti quei bambini che non ricevono le cure di una famiglia premurosa ed il loro sviluppo è a rischio, quelli che hanno problemi di salute (fisica o mentale) gravi, quelli che sono affidati ai servizi sociali, insomma tutti quelli che con la chiusura delle scuole si sono ritrovati immersi solo in situazioni di violenza, povertà e mancanza di punti di riferimento. Dall'ultima ricerca del 2019 di ChildrenCommissioner.gov.uk risulta che siano più di 2 milioni i bambini in Inghilterra che vivono in famiglie disagiate e che sono a rischio.
La realtà della forte stratificazione sociale nella popolazione britannica è venuta ancora più a galla in questa tragica situazione legata al Coronavirus.

Spesso riceviamo email della scuola con informazioni riguardanti i voucher per il pranzo per gli alunni che rientrano nella categoria dei "vulnerable children", bambini che se non fosse per il pranzo consumato a scuola probabilmente non avrebbero un pasto caldo. 
Le scuole qui sono rimaste aperte per i figli dei Key Workers (lavoratori chiave) e per alcuni vulnerable children.

Queste problematiche hanno ispirato tante chiacchierate interessanti con i nostri figli, di quelle in cui cerchiamo di far capire loro quanto sia importante accontentarsi di quello che si ha e vedere il bello giorno per giorno. Gratitudine, così difficile qualche volta da far capire ai bambini di quest'epoca.


L'aver vissuto da lontano la situazione Coronavirus italiana leggendo e confrontandomi con parenti e amici in Italia ha indubbiamente messo in evidenza anche le forti differenze culturali tra italiani e inglesi. 
Aprire i siti dei quotidiani italiani e di quelli inglesi è un ottimo esercizio di comprensione delle due culture. Indubbiamente nei siti italiani ho avuto modo di leggere tantissime storie di giovani e vecchi che hanno perso la vita per colpa di questo virus, storie di medici e infermieri, testimonianze reali della gente. Tante, tantissime storie raccontate nei minimi dettagli, alcune terribilmente angoscianti, ma reali. 
Nei siti inglesi questa condivisione del privato e del dolore dei singoli non c'è così tanto. 
Il dolore spesso viene tenuto per sé, non certo condiviso con i giornalisti o urlato ai quattro venti. 
Ci sono pro e contro di questo aspetto ovviamente, non voglio di certo giudicare. 
Sarà che sono una persona particolarmente empatica ma il leggere quelle testimonianze italiane mi ha fatto capire immediatamente la tragicità della situazione per tutti. 
Ed ora mi ritrovo a guardare l'inizio della fase 2 in Italia mentre qui nel Regno Unito la gente si aspetta un piano di azione per la prossima fase che probabilmente arriverà nelle prossime settimane e non vi nego che sono preoccupata. 

La riapertura della scuole è uno dei punti cruciali. Tenete presente che qui le vacanze estive iniziano a fine luglio e questo fa credere che cercheranno di riaprirle prima dell'interruzione estiva. 
Qui il discorso dei risultati di esami per certi gruppi scolastici è un tasto dolente. L'accesso alle università e ai college dipende da quei risultati per cui non vi dico lo stress e le pressioni di famiglie e insegnanti per riavere quei gruppi a scuola al più presto. 

Sono scettica e impaurita, ma non posso fare altro che stare a guardare e vivere giorno per giorno, non posso di certo angosciarmi adesso all'idea che i miei figli forse dovranno rientrare a scuola a breve, magari senza che la situazione là fuori sia davvero migliorata e sicura. 

In noi, come credo in tante altre persone, questa esperienza della quarantena e del Covid-19 ha fatto emergere ancora di più dubbi e perplessità sullo stile di vita di questa società e sul dove vogliamo vivere, come vogliamo davvero vivere e dove sarà possibile per noi invecchiare sentendoci al sicuro, protetti e tutelati. Domande che ci frullano in testa sul nostro futuro e quello dei nostri ragazzi che cerchiamo di ascoltare, ma per le quali ancora non troviamo risposte.

Usciremo indubbiamente diversi da questa esperienza e con un forte bisogno di cambiamento, sotto molti punti di vista. 
Un bisogno ancora più forte di natura urla dentro di noi e non possiamo di certo metterlo a tacere. 
Rimaniamo qui, sospesi per ora in questa nostra bolla in attesa di capire come evolveranno le cose e come mettere in ordine i nostri pensieri. 

Commenti

  1. Sono sulla tua stessa linea. Anzi, forse io sono un passo oltre e trovo spessissimo più pro che contro in questa quarantena, ma è tutto dovuto alla mia situazione personale. Il futuro invece...ooh bè quello non lo vedo molto roseo. La quarantena ci cambierà...speriamo in meglio perché ad essere com'eravamo ecco dove siamo messi...

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    1. L'incertezza del futuro preoccupa, indubbiamente. Noi fortunatamente stiamo bene tra queste quattro muro e certi equilibri relazionali sono pure migliorati e ne sono contenta. Ninte succede a caso e speriamo che questa cosa terribile ci cambi, in meglio!

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