Un anno di Inghilterra: siamo nella fase giusta

La mattina del 19 agosto 2014 eravamo tutti e 5 in viaggio verso Londra, pronti  e un po' spaventati per tutto quello ci aspettava: una casa da trovare, una scuola in cui poter iscrivere i bambini e un nuovo lavoro per BabboGe'.
Il nostro primo anno in Inghilterra e' volato e non ce ne siamo resi conto. 
Saranno state le difficolta', i nuovi inizi, la fase di scoperta per tutti, l'adrenalina che ci ha tenuti carichi e la curiosita' verso tutto il nuovo che c'e' intorno a noi.
Mi sono sentita a mio agio in questa cittadina, mi sono mossa con disinvoltura da subito e mi sembra d'aver trovato la mia giusta dimensione.
Sono in fase "ricettiva attiva", pronta a conoscere, imparare, migliorarmi ed integrarmi al meglio, cosa non sempre facile.
E' passato un anno da quando abbiamo lasciato la Francia e non abbiamo mai avuto un attimo di ripensamento, di malinconia o magari dubbio sulla scelta presa. 
Assolutamente no. 
Tutto era chiaro dentro di noi, sapevamo cosa volevamo, l'abbiamo cercato  e l'abbiamo trovato, armati di infinita pazienza che abbiamo capito essere la nostra arma segreta!

So che se BabboGe' mi avesse proposto di trasferirci in UK negli anni in cui eravamo a Dublino magari gli avrei detto di no. 
Perche' tutto capita al momento giusto, anche se spesso non sembra, ogni esperienza che viviamo, bella o brutta che sia, ha un senso che spesso si rivela solo con il tempo.
Ha avuto un senso la sofferenza provata al mio arrivo a Dublino nel 2004, quando mi mancava da morire l'Italia, quando i primi tempi amavo circondarmi solo da italiani (e spagnoli!) perche' mi ricordavano "casa", quando mi lamentavo  sempre dell'assenza del bide', quando nessuna pizza mi sembrava buona come quelle che si mangiano in Italia, quando nessun caffe' era decente, quando rimpiangevo le estati italiane e mi lamentavo del meteo irlandese. 

Insomma ho avuto anche io la fase di "malinconia" e mancanza di casa. 
Poi l'ho superata e pensate che non mi lamento nemmeno piu' dell'assenza del bidet e bevo volentieri il caffe' "americano"!
L'ho superata insieme a BabboGe', ma solo di recente. 

Prima siamo passati dalla fase "vogliamo tornare in Italia". E' stata una fase un po' lunga, iniziata negli ultimi anni a Dublino quando, ormai mamma, il clima piovoso mi pesava un sacco e la distanza dall'Italia e l'essere vincolati ai voli aerei, con due bambini piccoli, influiva un sacco sull'organizzazione della nostra vita. 

Il destino ci ha riservato l'esperienza francese e li' si e' aperto un mondo. 
Abbiamo sofferto, nonostante la nostra felicita' non fosse intaccata, non ci sentivamo comunque bene, non eravamo fatti per quel luogo. 
La serenita' nella nostra "bolla famigliare" non bastava per difenderci dal brutto che sentivamo intorno. 
E' questione di energie, di sensazioni, di alcuni incontri sbagliati, di non accettazione da parte nostra di comportamenti quotidiani che si scontravano con il nostro modo d'essere.

Non e' cosi' per tutti, ma per noi lo e' stato e visto che non siamo alberi e non avevamo radici ci e' sembrato giusto andar via. 
E' giusto che ognuno vada alla ricerca del posto che piu' gli si addice, nel quale si sente a suo agio. 
La nostra scelta non e' stata capita e condivisa da tutti, ma poco importa, era la nostra scelta, tutto qui.
In Francia io ho avuto la fase "lamentona", dove vedevo il brutto di troppe cose, facevo fatica a vederne il bello, il positivo, davvero. Qualcosa era chiaro che non andava.
Confrontavo troppo spesso la vicina Italia con la Costa Azzurra e appena potevamo "scappavamo" al di la' del confine per respirare aria di casa in Liguria. 
Ecco, questa e' una cosa che ci manca della Francia: le nostre fughe domenicali a Sanremo e le mega spese al Conad di Arma di Taggia!

In quella fase ho imparato tanto. 
Ho imparato che il posto ideale non esiste ma che e' giusto cercare quello che piu' si avvicina ai nostri bisogni, quelli importanti per il nostro credo, per il nostro modo di essere e per i nostri principi.

Ci sono voluti 10 anni e 2 nazioni di passaggio per arrivare in quella che sentiamo casa, non senza difficolta', non senza fatica. 

Non abbiamo trovato il paradiso: ci sono tante cose del popolo inglese che dobbiamo ancora capire, alcune che non riusciremo ad accettare, ma altre che piano piano acquisiamo come nostre. 
La fase "lamentona" mi ha lasciato ed e' stata sostituita da una fase di "curiosita'" del capire, del conoscere le ragioni, dell'accettare le differenze per potermi integrare al meglio, del mettere in discussione le mie convinzioni e confrontarmi meglio con gli altri.

La cosa che trovo meravigliosa del vivere all'estero e' il poter tenere gli aspetti che piu' amo della nostra cultura italiana e trasmetterla ai miei figli per poi prendere le cose bella della cultura inglese e farle nostre. 
So che i miei figli si sentono e si sentiranno italiani, ma il mix culturale lo percepiranno, lo percepiscono gia' adesso. 

Degli esempi? 
Quando il tempo cambia repentinamente ed io gli invito a mettersi una felpa, loro mi dicono "ma dai mamma, non fare la mamma italiana, noi non abbiamo freddo, non la vogliamo la felpa!"

Quando li faccio cenare alle 5 del pomeriggio perche' c'e' un amichetto inglese a giocare e loro sottovoce mi dicono "ma mamma domani mangiamo all'orario italiano vero?"

Quando capita che la domenica mattina ci facciamo un "english breakfast" famigliare, loro sanno bene che in Italia non si fa colazione cosi'. 

Quando facciamo la coda in qualsiasi luogo loro sanno bene che "the queue" e' una cosa seria qui.

Quando al parco inizia a piovere ed a me vien da dire "andiamo a casa" per loro e' un  "mamma, va bene cosi', siamo in Inghilterra!"

Quando arriva l'orario della lettura serale nel lettone scelgono i libri in italiano. 

Quando attraversiamo in automobile i villaggi inglesi notano che ovunque c'e' un "pub" e gli abbiamo gia' parlato della birra e degli eccessi.

Quando ci sono i loro amici parliamo tutti in inglese, perche' hanno gia' capito che non e' bello escludere gli altri parlando una lingua per loro incomprensibile.

Abbiamo trovato tutti la nostra dimensione, ci sono piccole cose da aggiustare, per le quali ci vorra' del tempo, ma sentiamo che ce la faremo. 
Adesso la nostra "bolla famigliare" non ci serve piu' per proteggerci dal sistema, l'abbiamo scoppiata noi e ci sentiamo aperti verso tutto il nuovo che c'e'.


Se vi siete persi qualcosa del mio primo anno in Inghilterra, ecco qui i post piu' letti:

La ricerca della casa in Inghilterra

Le mie impressioni dopo una settimana d'Inghilterra 

Le difficolta' ed i momenti di scoraggiamento 

Le prime impressioni sulla scuola in Inghilterra

Il bilinguismo nella scuola inglese

Le difficolta' dei bambini, immersi in un nuovo ambiente e una nuova lingua

Riflessioni sul trilinguismo e la difficolta' di mantenere il francese

Dopo quattro mesi di scuola in Inghilterra a che punto sono i bambini?

Alcuni aspetti negativi della vita in UK

Il bullismo nella scuola in Inghilterra

Guida pratica (semiseria!) per le mamme che si trasferiscono in Inghilterra

Il punto dei vista dei bambini sulla scuola in Inghilterra

Espatrio ed affetti famigliari: i nonni

MaFa

MammaFarAndAway

6 commenti:

  1. Hai ragione, il posto ideale non esiste, ma esiste quello che si avvicina maggiormente alle nostre priorità.
    Mi hai fatto ridere con questi ultimi aneddoti: "mangiamo all'orario italiano!". Credo sia veramente difficile abituarsi a cenare alle 5 del pomeriggio come andare a dormire alle 19.30/20.00.
    Piano piano la dimensione si trova, serve solo un po' di pazienza e buona volontà! Un abbraccio

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    1. Credo davvero sia giusto che ognuno di noi vada alla ricerca del posto in cui si trova piu' a suo agio. Comincio a pensare d'essere stata inglese in un'altra vita, ma non una di quelle appassionate di birra e pub ma magari una mamma di famiglia, di quelle famiglie numerose tra mucche e pecore nel countryside! ahah! un abbraccio

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  2. Che bel post!
    E soprattutto che bello che i tuoi figli siano italiano doc nonostante la vita da expat cominciata da piccoli :)

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    1. Solo adesso che stanno crescendo iniziano a fare domande del tipo "mamma ma se sono nato in irlanda perche' sono italiano?" "mamma come faccio ad essere italiano se non ho mai vissuto in Italia?" E ti assicuro che le nostre risposte sono complesse, complete, esaustive..ma poi stara' a loro con il crescere sentirsi quello che vorranno, noi facciamo del nostro meglio e mi sento positiva! :)

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  3. Cara Fabiana,
    Siete stati bravissimi a cercare con pazienza il vostro posto nel mondo e mi piace come comunque i tuoi bimbi sappiano di essere italiani. Mi fa sinceramente un po' tristezza quando leggo altrove che figli di expat non vogliano più parlare italiano. Non dico sia tutta colpa dei genitori, ma credo che qualcosa di sbagliato sia avvenuto. Ho amato vivere all'estero e non è detto che un giorno non ci tornerò, ma dentro mi sono sempre sentita italiana e vorrò sempre che i miei figli sappiano dove sono le loro radici e conoscano la loro cultura.

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    1. Grazie Federica per il tuo commento. Proprio in questi giorni che stiamo viaggiando e ci facciamo un sacco di chiacchierate a 5 in macchina ed i bambini ci hanno detto che a loro piace parlare italiano perche' e' la prima lingua che hanno imparato. Sembrano solo preoccupati del fatto di trovarsi una fidanzata che non parli italiano ed allora hanno pure chiesto a me se potro' parlare io italiano con i nipoti! Ovvio che sono riflessioni che fanno sorridere ma rispecchiano i loro "feeling". Credo che il ruolo dei genitori sia fondamentale nel tramandare cultura e italianita'. Ho conosciuto italiani che amano parlare la seconda lingua ai loro figli, magari per sentirsi piu' parte del luogo in cui vivono o solo perche' fa figo. Io continuo per la mia strada, con tante chiacchiere e tante letture in italiano. Sara' bellissimo trattare questo argomento tra qualche anno, quando saranno ancora piu' inseriti nella cultura inglese! Un abbraccio

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