Bilinguismo: la mia storia e esperienza di vita

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    Il bilinguismo, le sue caratteristiche, le varie tipologie, le difficoltà e gli errori relativi al crescere bambini bilingue, sono argomenti a me molto cari e dei quali ho sempre amato parlare qui nel blog, condividendo le esperienze dei miei figli bilingue.

    La ragione dietro alla mia passione per il bilinguismo non è solo relativa all'esperienza di vita dei miei figli, italiani, che stanno crescendo all'estero in un contesto anglofono, ma c'è molto di più.

    Era la primavera del 1978 quando una coppia di giovani immigrati italiani, lui sardo, lei siciliana, danno alla luce la loro bambina in una cittadina della regione francese dei vini e delle dolci colline, la Borgogna.

    Erano gli anni in cui essere immigrati in Francia non era sempre semplice: spesso quella coppia di giovani italiani doveva evitare di parlare italiano per non sentirsi additati come stranieri ed essere chiamati ritals (termine dispregiativo in lingua francese che indica gli italiani). La lingua francese era quella che parlavano anche in casa, in maniera naturale.

    Quella bambina, all'età di quattro anni, si è trasferita con la sua famiglia in Italia, ed è lì che è cresciuta.
    Con la conoscenza di poche parole d'italiano è stata catapultata nella realtà di una nuova nazione, nella vita sociale della scuola materna italiana di un piccolo paesino di provincia.

    La lingua con cui i genitori continuavano a comunicare con lei era il francese, la lingua minoritaria in quella situazione.
    Nonostante i genitori fossero italiani, per loro la lingua principale era il francese e senza esserne consapevoli avevano adottato la tecnica chiamata MLAH (Minority Language at Home), un approccio al bilinguismo molto usato dagli espatriati che prevede l'utilizzo della lingua madre (minoritaria se si vive in un paese straniero) in casa.

    Nel giro di un paio di mesi quella bambina di quattro anni era diventata fluente in italiano e con fare deciso aveva detto ai suoi genitori "io il francese non lo parlo più, siamo in Italia ed io parlo italiano". Era palesemente iniziato il rifiuto della lingua minoritaria per quella bambina, che non aveva nessuna intenzione di sentirsi diversa.
    Non erano anni in cui c'era attenzione per il bilinguismo e quella bambina era come una marziana in una classe di bambini di quattro anni, tutti italiani.

    Quella bambina è cresciuta con una mamma e un papà che si rivolgevano a lei in francese e lei rispondeva in italiano. Fondamentalmente i genitori non lo facevano di certo perché il bilinguismo fa bene o perché le ricerche dicono che i bambini bilingue sono più intelligenti o per darle maggiori opportunità nella vita.
    Quelle ricerche negli anni '80 ancora non erano ancora molto diffuse e la consapevolezza del bilinguismo non esisteva, per lo meno dalle nostre parti!
    Parlavano francese perché era più comodo, soprattutto per la sua mamma, che aveva fatto tutte le scuole in Francia e che si sentiva più a suo agio nel parlare quella lingua. Insomma, parlavano francese perché veniva naturale così.

    Quella bambina sono io, Fabienne. Così mi chiamavano da piccola, ma presto sono diventata Fabiana con una storia di espatrio tutta da raccontare.
    Con il senno di poi penso che Fabienne non era male, ma mio padre, italiano orgoglioso, voleva un nome italiano per sua figlia sui documenti, per cui Fabiana fu.

    Io sono cresciuta così: con una lingua sentita, ascoltata, ma mai parlata, senza mai essere stata forzata a rispondere in Francese (uno dei grandi errori del bilinguismo che trovate qui).
    Sono cresciuta come una bilingue passiva e "inconsapevole".

    Il bilinguismo per me è stato ed è una continua evoluzione.
    Da bilingue passiva (termine usato per indicare la persona bilingue che comprende una lingua ma non la riproduce) sono diventata bilingue dominante (termine usato per descrivere la persone bilingue che ha abilità diverse in due lingue e una delle due è dominante). La transizione è iniziata con la scuola media, dove ho iniziato a studiare francese come lingua straniera e tutto la mia conoscenza della lingua è "esplosa".
    Mi sono resa conto che il francese sapevo parlarlo benissimo, che riuscivo a pensare nella mia testa in francese, che capivo ogni singola frase senza bisogno di una traduzione mentale dall'italiano e le parole mi uscivano naturalmente con la pronuncia giusta.
    L'unica reale difficoltà era la scrittura, tenendo conto anche della complessità della grammatica e fonetica francese.

    Da allora il mio bilinguismo è diventato consapevole, ne ho scoperto i vantaggi e mi ha fatto comodo saper parlare una lingua straniera acquisita così, "gratuitamente", solo grazie all'esposizione continua.

    Il bilinguismo mi ha anche agevolato nell'apprendimento di altre lingue straniere: l'inglese e lo spagnolo. Quando la mente è già abituata a passare da una lingua all'altra, aggiungerne una nuova non è poi così complicato. E' come se per i bambini bilingue ci fosse una parte del cervello preparata e pronta ad accogliere altre lingue con facilità.

    Da quanto vivo all'estero, dal 2004, l'esposizione ad altre lingue straniere è stata costante, soprattutto l'inglese. La mia conoscenza dell'inglese si è evoluta e continua a migliorare, grazie a diversi fattori. Prima di tutto l'immersione nella cultura inglese. In secondo luogo per la mia passione per la lettura in lingua, sia di libri per bambini che romanzi per adulti (da qualche mese condivido nel mio profilo instagram le letture in lingua inglese del mio book club) e in ultimo per l'esposizione continua alla televisione britannica, film in lingua e grazie alle tante opportunità di conversazione con amici e conoscenti inglesi.

    Indubbiamente la mia esperienza personale con le lingue è stata utile nel gestire il bilinguismo dei miei figli, che si sono trovati immersi prima nel francese (durante gli anni in Francia) e poi nell'inglese, da quando viviamo qui in Inghilterra.
    Non gli ho mai messo pressioni e sono sempre stata consapevole di quanto il cervello dei bambini sia come una "spugna" che assorbe, e prima o poi butta fuori.

    I bambini diventano bilingue attraverso l'esposizione alla lingua, con l'ascolto. Non importa se in alcune fasi non risponderanno e non parleranno in quella lingua, l'importante è essere costanti. I suoni, le parole, le canzoni in un'altra lingua entrano piano piano nelle loro testoline e si piazzano lì, in qualche angolo e prima o poi arriverà il momento in cui sapranno farle uscire.

    Tantissime volte, in questi anni di blogging, delle mamme italiane all'estero mi hanno scritto per chiedermi come fare in situazioni in cui i figli rifiutavano di parlare italiano.
    Crescere bambini bilingue è un impegno non indifferente, soprattutto se viviamo in una nazione in cui la lingua che vogliamo che imparino è la lingua minoritaria. A queste mamme ho sempre risposto solo e semplicemente di non mollare mai, di non demordere, di continuare a parlare la loro lingua, di esporli il più possibile ed ho raccontato la mia storia.

    Crescere bambini bilingue richiede costanza e perseveranza, non dimentichiamolo mai.
    Non facciamoci demoralizzare da qualche rifiuto da parte loro e ricordiamoci sempre che il bilinguismo evolve, muta e prende forme diverse a seconda delle situazioni, dell'età e dell'esposizione.

    Se volete approfondire l'argomento del bilinguismo, qui trovate gli altri articoli inerenti:

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